venerdì 28 ottobre 2011

Possiamo cambiare il mondo diventando noi stessi quel cambiamento che vogliamo

Giorni di  lavoro sui programmi annuali. Ho appena messo il punto ad un'operazione titanica. Il primo mese di scuola, i docenti di tutte le scuole sono impegnati nella più temuta delle maratone: la programmazione annuale. E' una sorta di dichiarazione d'intenti, nella quale ogni professore chiarisce con meticolosa cura, il contenuto del suo programma d'insegnamento di tutto l'anno. Ogni argomento che si prevede di trattare, in accordo con il piano ministeriale, viene inserito, esplicitando poi, per ciascuna disciplina, obiettivi, finalità, strumenti e metodi di valutazione. Anche il computer si orgnizza nei giorni della stesura, guardandoti bieco e digrignando i denti con la faccia maligna quando gli passi davanti fingendo di ignorarlo. 
Stanchezza a parte, la mia fatica è terminata. Ho consegnato il pacco al mio coordinatore con studentesca soddisfazione, rispettando con matematica precisione il termine previsto dal nostro regolamento interno; poi, qualche giorno più tardi, quasi freddata da un colpo di pistola sparato a bruciapelo, apprendo di essere fra i pochi ad averlo consegnato. Questo significa che, su più di quaranta docenti, solo in cinque abbiamo fatto il nostro dovere. Certo, perché quale può essere il peso di un impegno burocratico per un insegnante che vuole fare bene il proprio lavoro a vantaggio dei ragazzi?, "bisogna pensare alle cose serie e non alle scartoffie", risponde seccato l'intellettuale, così pieno di sé da dimenticare di essere dietro ad una cattedra, non sul palcoscenico. 
Eppure mi chiedo: il nostro lavoro di docenti non riguarda forse l'educazione dei ragazzi?, non ha a che vedere con l'insegnamento di un messaggio educativo profondo, con il risveglio della parte migliore dell'essere umano che essi rappresentano?, non chiediamo ai nostri alunni di esercitare quella disciplina interiore che spinge l'anima a compiere coraggiosamente il proprio destino?
Accantonando per un momento la matematica e il latino, non insegniamo davvero, prima di tutto, quello che siamo ogni giorno?, quella stessa severità che applico quando controllo lo svolgimento di un compito sul quaderno dei miei studenti, la riservo a me stessa e la esercito corroborandola nell'attuazione dei miei compiti quotidiani. 
Chi potrà mai spingerci a diventare migliori se non la nostra stessa volontà di migliorarci, sostenuta dalla forza interiore necessaria per addomesticare gli impulsi più bassi?
Se vogliamo REALMENTE migliorare il mondo, sarebbe saggio migliorare il NOSTRO mondo, diventando noi stessi quel cambiamento che vogliamo vedere. L'esempio è un faro che attira il buio per trasformalo in luce.

1 commento:

  1. Bea, complimenti per essere tra i pochi insegnanti che fanno il loro mestiere come deve essere fatto.
    Aggiungerei una riflessione o domanda che gli insegnanti "intellettuali" potrebbero provare a porsi: "Ma io sto insegnando per i ragazzi o lo sto facendo per me?", e ancora "Sto forse insegnando per il mio ego?".
    Personalmente penso che alla prima domanda sia giusto rispondere "per loro e per me", in fondo c'è sempre uno scambio anche se formalmente si insegna per i ragazzi. Alla seconda bisogna solo decidere in quale percentuale si sta insegnando per il proprio ego, e più bassa è tale percentuale meglio sarà. Capisco comunque che non sia così semplice.

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