domenica 31 luglio 2011

Autori a proprie spese - autori pubblicati a metà

Un libro è solo un mucchietto di fogli stampati corredati di scrittura, delle stesse dimensioni, rilegati più o meno elegantemente?, un insieme di parole che coabitano come gli inquilini di un immenso condominio popolare, stipati gli uni accanto agli altri con geometrica progettualità?, e ancora, mi chiedo: quale il criterio di selezione ad opera degli editori, che decreterà il successo o il fallimento di un prodotto editoriale, quale diventerà letteratura e quale resterà solo un rimpianto, chiuso nel cassetto della vergogna?
Già, perché oggi, sembra che l'arte non sia più qualcosa da scoprire, ma da costruire. Quando una casa editrice riceve un manoscritto inedito, ne valuta realmente la qualità contenutistica e formale, o decide solo preventivamente se farne o meno un prodotto commerciale, un moltiplicatore di profitti?
Quanti, fra gli autori c
osiddetti "emergenti", pubblicano dopo aver semplicemente inviato,con maggiori o minori speranze, il proprio manoscritto alle case editrici più famose?, quanti di loro hanno atteso per mesi una risposta, o la sua assenza (sinonimo incontrovertibile di un verdetto funesto)?, e cosa deve fare un autore per non contribuire alla mercificazione dell'arte?
Certo, si dirà, in passato quasi tutti i grandi autori hanno barattato la propria arte per un pezzo di pane, un alloggio sicuro e la protezione di un potente. Forse, alcuni hanno elogiato il proprio vizioso mecenate, dissimulandone la superbia e la crudeltà con abile intreccio di versi. Ma quanto valeva, ancora, l'arte?, quanto si cercava di scoprire un vero talento che sarebbe rimasto immortale?
E' successo anche a me, che con il cipiglio di chi non cerca la gloria, ma vuole solo raccontare il mondo così come lo vedono i suoi occhi, ho pubblicato senza un marchio prestigioso. Mi è successo di sottoporre il mio lavoro all'attenzione di un occhio critico teoricamente competente e di ricevere proposte editoriali interessanti; proposte a tre zeri, che ti fanno girare la testa, quando ancora non credi fino in fondo nella tua creatura. Proposte che però ho scelto di rifiutare. Sì, perché se avessi accettato il discreto, ma non eccessivo impegno di contribuire economicamente alla pubblicazione, ora sarei sullo scaffale di una grande libreria, accanto ai grandi. pubblicata già da tre case importanti. Ma non mi sarei sentita un vero autore. Avrei sempre mal tollerato quello che interpreto come un salvagente da parte di chi investe in un progetto, scaricandone i rischi e traendone solo gli eventuai vantaggi. Invece ho declinato l'invito, mi sono fatta da parte e ho proseguito. Perché un libro esiste comunque, anche senza il marchio di riconoscimento. Perché un libro è il frutto di chi lo scrive. E perché non ho bisogno di "Mario Rossi editore" per sapere che quello in cui credo è uscito da me e può raggiungere qualcun altro.
Questo è il bello dell'arte: alimenta in noi un indecifrabile ma potentissimo senso di libertà. E la libertà, si sa, vale più di qualunque gloria.

1 commento:

  1. Sai che non ho capito proprio bene..... se non avessi dovuto scendere a pesanti compromessi non ci sarebbe stato niente di male andare con una grande casa editrice. Sempre di non calpestare i piedi a qualcuno con cui hai già dei rapporti ovviamente.
    In caso contrario se fare il grande salto fosse significato fare la schiavetta di qualcuno, bhé Bea, allora hai fatto bene così! :)
    Ciao!

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