venerdì 7 gennaio 2011

L'insegnamento del precariato

Faccio un mestiere, non sono un mestiere. Tuttavia questa precarietà imposta di cui si nutre oggi l'economia degli italiani, è una precarietà istruttiva (e nel mio caso la parola istruzione ha qui una doppia valenza).
Sembra infatti infrangersi, nel mondo della nuova era, ogni certezza di stabilità. Lontani dall'ormai estinta possibilità di un lavoro per la vita, ci barcameniamo per raccogliere una somma dignitosa che paghi i conti della fine del mese, sentendoci ogni giorno più istabili e meno sicuri.
Ma questo spettro un po' informe che ci accompagna come un'ombra di quotidiana disperazione è molto più di una conseguenza sociale. Rappresenta piuttosto lo specchio di una vecchia concezione che dobbiamo abbandonare per riscoprire la realtà. Non esiste sicurezza alcuna nella materia, perché nel suo regno tutto è in divenire e ogni forma muta perennemente.
L'incertezza è spaventosa, alimenta il senso di disperazione che accompagna l'idea della morte, spauracchio terribile degli uomini di ogni generazione. E forse la nostra società deve morire un po' a se stessa per comprendere realmente la sua natura.
E' prorio la precarietà a mostrarci l'unica realtà possibile: non attaccandoci a nulla scopriremo forse che quello che davvero siamo non possiamo perderlo mai, perché la nostra essenza non si identifica con il possesso materiale, di qualunque natura, anche emotiva.
La vita ci sta forse mostrando che, nell'assenza di posesso risiede la nostra vera ricchezza?, che nella riscoperta del non attaccamento, che non si identifica certamente con la miseria e la mancanza, nasce il seme dell'abbondanza?
Lotteremo sempre per il diritto di tutti di badare a se stessi con il proprio mestiere, di avere una giusta retribuzione e un tetto dignitoso sulla testa, ma nel farlo sapremo sovvertire il nostro schema di valori, comprendendo così che la vera ricchezza risiede nell'unico posto che ci apparterrà per sempre: lo Spirito di cui siamo fatti.


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